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Voglio segnalare oggi la bella iniziativa organizzata da Staged Homes, Karisma Home Staging e Torino Home Staging e che si svolgerà a Milano in via Chianciano 7 il prossimo 30 Novembre:

La 1° conferenza Nazionale di Home Staging.

Sarà l’occasione per fotografare la situazione a circa 3 anni dall’arrivo dell’home staging in Italia, tracciare le linee guida per il futuro e naturalmente confrontare le proprie esperienze e fare conoscenza con esperti, apprendisti e professionisti anche di altre branche del settore Real Estate.

R.E.C. sarà presente! Se avete piacere ad approfondire l’argomento home staging o anche ad affacciarvi per la prima volta a questa disciplina, o semplicemente avete voglia di conoscere me ed altre persone del settore, salvate la data! Ci vediamo il 30 novembre!

Per maggiori informazioni: http://www.stagedhomes.it , http://www.karismahomestaging.com

Nella mia settimanale ricerca di siti e foto di professionisti americani o europei da osservare e studiare per migliorare le mie capacità, mi sono spesso imbattuta in 2 categorie diverse di fotografia: quella immobiliare vera  e propria (di provenienza soprattutto U.S.A.) e quella d’architettura. Entrambe sono assolutamente valide per lo studio oltre che splendide a vedersi.

Ma sono la stessa cosa? O esistono differenze tra le due categorie?

Il confine è molto sottile e talvolta labile, tuttavia qualche distinguo è fattibile.

Innanzitutto differiscono per la finalità.

La foto d’architettura viene realizzata per lo più per essere pubblicata sulle riviste di settore e sui siti dei progettisti. Non pubblicizza tanto il prodotto finito, quanto la capacità dell’architetto stesso, il suo spirito, la sua visione del mondo. L’autore delle immagini deve pertanto riuscire a cogliere e restituire l’anima del progetto, la filosofia che ne sta alla base, il significato sotteso alla costruzione stessa. Per farlo può avvalersi di tagli e scorci suggestivi, tecniche avanzate, qualche “trucchetto artistico”, insomma il lavoro del fotografo diviene un progetto nel progetto, una sorta di opera d’arte in sequenza, che può dedicarsi, più che all’illustrazione dell’immobile, alla ricerca del dettaglio, del gioco di luce, dell’effetto stupefacente nelle scelte del progettista. Bisogna poi ricordare che la maggior parte degli immobili ritratti in questo caso sono nuove costruzioni, dagli stilemi contemporanei, spesso non abitati o utilizzati come case di rappresentanza. Hanno aspetto minimal (o altro carattere coerente e ritrovabile nell’interezza del progetto, ad esempio una casa provenzale ecc) e sono quasi vuoti, senza paura di apparire freddi. Potete visitare il sito di Antoine Huot per vederne qualche esempio

(immagini seguenti tratte dal sito http://www.photographe-architecture.net di Antoine Huot e http://iranwatsonphoto.com di Iran Watson)

Il lavoro del fotografo immobiliare invece si cala nell’inesorabile quotidianità, dove le case non sono lo specchio di un ideale o della filosofia che crea l’universo, ma luoghi abitati dove scorre la vita, quella reale. La differenza del soggetto segna già molte volte un confine netto tra le due categorie. Ma supponendo di avere lo stesso immobile tra le mani dei 2 diversi fotografi noteremmo probabilmente che il lavoro del fotografo immobiliare è finalizzato, al contrario del primo, alla promozione del prodotto in sé. Anch’egli utilizzerà “tecniche avanzate” e qualche “trucchetto” ma il suo fine sarà quello innanzitutto di compiere un reportage descrittivo dell’immobile. Più che gli scorci riprenderà gli spazi, potrà realizzare diverse immagini panoramiche e darà attenzione ai dettagli se e quando di particolare rilevanza, soprattutto se riscontrabile in un maggior valore (economico) dell’immobile. Per lui vuoto e ultra bianco significheranno freddo e cercherà anche in case super moderne di comunicare con qualche piccolo dettaglio la presenza umana e il senso di accoglienza. Iran Watson  ci fornisce eccellenti esempi di questo genere

Raccontare a parole la differenza risulta un po’difficile ma osservando le immagini l’occhio saprà coglierla abbastanza facilmente. La ricerca perciò continua …

Andrea Castrignano con Alice e Veronica. Foto tratta da www.urdesign.it

Incuriosita dalla novità e dalle polemiche nate intorno al nuovo programma de La5 “Cambio casa … cambio vita!”, dopo aver letto l’intervista di TvBlog ad una Paola Marella leggermente avvelenata, non ho potuto rinunciare mercoledì scorso a guardare con un pizzico di civetteria la sopracitata trasmissione televisiva.

Certamente, ricorda un po’ il “Vendo casa … disperatamente” di Real Time dal momento che il tema trattato è il medesimo, la struttura della trasmissione in qualche modo simile e il buon Andrea Castrignano appena uscito da una rete si ripresenta su quest’altra con il suo sorriso smagliante e le maniere affabili nel ruolo di conduttore.

La struttura del programma prevede come protagonisti una casa, i suoi proprietari, Andrea Castrignano e le sue assistenti Alice e Veronica (gemelle?). La casa, appena acquistata o abitata da tempo, va rinnovata sulla base dei mutati gusti o esigenze dei proprietari. Castrignano e le “Twins” ripensano, riprogettano, coordinano i lavori ed al termine di un intero mese (non pochi giorni come in precedenza) ci mostrano il cambiamento con la consueta sequenza di immagini “prima e dopo”.

E se fin qui pare la copia sputata di “vendo casa”, in realtà a ben guardare la differenza CONCETTUALE c’è ed è piuttosto importante: se nella trasmissione di Paola Marella si fa un tentativo di Home Staging (con le dovute mancanze, che spiegavo qui) e dunque si prepara la casa alla vendita, in questo caso la transazione non c’è. Il progetto sulla casa viene fatto in funzione di una migliore/diversa fruizione da parte delle stesse persone che la possiedono. Viene messo in atto cioè quello che in gergo chiamiamo “relooking”. L’intervento da questo punto di vista può essere molto diverso da quello proposto per l’home staging in quanto non si deve attirare una clientela ma assecondare i gusti di chi già abita la casa e dunque alcuni principi come la de-personalizzazione e la riduzione degli oggetti/arredi presenti non valgono più. Al contrario, per assurdo potrebbero essere del tutto ribaltati ed il progetto prevedere una totale aderenza dell’estetica domestica alla personalità dei proprietari, fatta anche di abbondanza di oggetti posseduti.

Andando oltre la concezione di home staging vs relooking devo poi ammettere che a me questa trasmissione è piaciuta molto più dell’altra. Forse perché sono un’ “addetta ai lavori”, forse perché uscita dall’università pensavo di diventare come una delle “twins”, forse perché in me batte ancora un piccolo cuore di designer, ho trovato bello e persino divertente vedere tutte le fasi di realizzazione, dall’incontro con il cliente alla riunione in ufficio, all’appuntamento con i fornitori, fino al lavoro “sul campo”. Ritengo inoltre una risorsa molto utile il fatto che si facciano esplicitamente i nomi delle aziende e dei personaggi che realizzano i lavori, contatti che si possono ritrovare anche sul sito di Andrea Castrignano. Chi opera in campi affini può infatti trarne conoscenze preziose ed idee interessanti. E poi il gusto del colore del protagonista è secondo me eccezionale (anche se qualche errore in passato forse è stato fatto. Ad es. piccoli corridoi color cioccolato…)

Insomma in poche parole, pur non amando mediaset, ‘sta trasmissione mi è proprio piaciuta. Sarò una voce fuori dal coro, ma io stasera me la riguardo!

foto tratta da www.tuttomotoriweb.com

Al termine di questa giornata non posso non ricordare Marco Simoncelli, scomparso questa mattina, indubbiamente troppo presto.

Nella mia famiglia convivono due grandi passioni: quella per i motori e quella per il rock. Della prima il “Sic” rappresentava notoriamente un grande talento, una bella promessa, una speranza in tutti i cuori dei fan italiani; della seconda era una voce amica che seguivo ogni martedì su Virgin Radio mentre pedalando e ridendo tornavo in ufficio. Sentirlo settimanalmente raccontare frammenti della sua vita in trasferta e a casa, a Coriano, sapere così il nome del suo cane, conoscere la voce della fidanzata e ascoltare aneddoti di vita in pista ed in famiglia con quell’atteggiamento sempre un po’ guascone ma anche costantemente ottimista, sincero e gioviale me l’aveva reso quasi uno di famiglia, come un vecchio amico che non vedi da un po’ ma per il quale conservi un affetto invariabile. Quando mio cognato mi ha dato la brutta notizia oggi a pranzo, io e mio marito abbiamo provato di conseguenza un dolore ed un vuoto paragonabile a quello per la perdita di qualcuno che conoscevamo veramente. La tristezza per una vita così giovane già spezzata, ma anche per la persona Marco, per la famiglia e gli amici, per quel sorriso che non spariva ma dalla sua bocca, per la battuta sempre pronta e per i suoi famosi riccioli, oggi riversi senza vita sull’asfalto.

A nulla serviranno, e non ci interesserà nemmeno ascoltare, le inutili polemiche, le sterili indagini sulle dinamiche dell’incidente, la retorica dei ricordi che ora vorranno tutti suoi “grandi amici”. Marco non tornerà a sorridere, tanto meno a correre e non prenderà più in giro Ringo per i suoi scarsi risultati in moto.

Insomma ci mancherà, e lo dico sinceramente.

Ciao Super-Sic. Mentre noi ti piangiamo, già ti vedo ridere in sella ad una nuvola, con i riccioli accarezzati dal vento.

Ps: immancabilmente in casi come questo il ricordo corre a 4 anni fa, all’incidente di mio marito in moto. Un brivido percorre a entrambi la schiena: nonostante il brutto schianto lui è ancora qui e senza troppi segni. Sarà anche per questo che ci sentiamo così tristi, perché ci torna la paura già vissuta. Ma siamo fortunati.

foto di Tim Knox tratta dal sito www.nytimes.com

R.E.C. oggi è malinconica. Sarà colpa del cielo uggioso che ricopre la Brianza, dell’arietta frizzante che fa venire voglia di caldarroste davanti al camino, the caldo e copertina, oggi comunque facciamo un tuffo nel passato e parliamo di Valerie Haboush.

Nell’ormai lontano 2009 (in questo “mondo 2.0” 2 anni sembrano 20…) risultava particolarmente nota alle cronache U.S.A.  dal momento che il “New York Times” la soprannominò “poetessa immobiliare”.

In un mondo come quello del Real Estate dove tutti gli immobili venivano descritti più o meno allo stesso modo, VH seppe trovare le parole giuste per differenziare il prodotto dei propri clienti ed al contempo far sognare i possibili acquirenti. Il segreto fu forse questo: con l’esperienza ventennale di marketing copywriter riuscì a proporre gli immobili “raccontandoli”, o meglio raccontando la vita che fluiva intorno e dentro di essi e riportando il livello dell’acquisto da “investimento importante e in qualche modo rischioso” ad “esperienza emozionale”. In fondo, vendere una casa è un po’ aiutare il nostro interlocutore a realizzare il proprio sogno di vita e dunque l’intuizione di fargli immaginare come potrebbe condurre le proprie giornate all’interno del nuovo immobile è più che mai giusta e funzionale.

Il tutto era corredato da immagini bellissime e brochure impaginate con grande maestria. Insomma, ciò che il cliente in cerca di casa si trovava fra le mani era un prodotto diverso da tutte le promozioni di cantieri fatte in precedenza, che probabilmente somigliava più al catalogo di un gioielliere che alla relazione del tecnico di cantiere e che soprattutto stupiva, consentendo al tempo stesso di identificarsi nello stile di vita presentato e in qualche modo faceva sognare; dunque invogliava ad approfondire la conoscenza dell’immobile.

VH ha fatto scuola nel settore, ci ha aperto gli occhi su quello che una casa può raccontare di sé e delle storie che in essa possono prendere vita. Anche se purtroppo non l’ho mai conosciuta, mi ha insegnato personalmente a considerare la casa un essere vivente, ad osservarla come contenitore di racconti ed a restituirla parlando di persone e non di muri. È grazie a lei se oggi scrivo post come “Cogliere l’emozione di un immobile” e se mi sento di affermare che un immobile si può ben promuovere con una poesia.

Per conoscere meglio il lavoro di Valerie Haboush:

il suo sito

il suo blog (ahimè fermo al maggio 2010)

Guardate un po’ qui la sorpresa che ho trovato ieri sera aprendo twitter…

Mai avrei pensato che trai miei follower potesse comparire lei: Paola Marella, la professionista del Real Estate più famosa della tv!

Ed a quel punto qualche domanda te la fai. Del tipo: come sarà arrivata al mio profilo? E chissà se ha mai letto il blog? E cosa ne pensa? E … e ti ritrovi con i piedi a un cm da terra e la mente leggera …

Però, la potenza del web 2.0 … chi l’avrebbe mai detto 10 anni fa?

Questa piccola cosa mi ha fatto onore e riempito di orgoglio. Dopo qualche settimana di reale stanchezza e lavoro a tempo pieno, una sorpresa così non ti fa solo sorridere, ti fa venire voglia di continuare a lottare contro il sonno la sera per riuscire a scrivere qualcosa sul tuo “pargolog” adorato.

Bene, allora ri-pronti, ri-partenza, ri-via!

Ah dimenticavo! Sig.ra Marella, nel caso capitasse anche su questo blog oltre che su twitter, lasci un feedback, La prego. Di qualsiasi genere, anche critico, il Suo parere sarà sicuramente costruttivo, oltre a farmi immenso piacere!!!

Succede che talvolta gli incarichi di vendita o locazione non siano in esclusiva, succede che l’inquilino che dovrebbe consentire le visite sia estremamente impegnato e si trovi a casa solo poche ore alla settimana, succede dunque che prenda appuntamento con le diverse agenzie per realizzare le foto dell’appartamento per lo stesso giorno e pressappoco alla stessa ora. È esattamente ciò che mi è capitato ieri: un servizio in un monolocale in tarda mattinata. Fotografare un ambiente così piccolo può essere estremamente veloce, soprattutto se chi ci vive ha già iniziato a sgomberare i propri effetti personali, o molto laborioso perché nel tempo si è accumulata una grande quantità di cose in uno spazio ridotto. Il caso questa volta era il secondo. Appena arrivata dunque ho iniziato a fare qualche spostamento degli arredi mobili, a sgomberare e nascondere un po’ di oggetti con l’aiuto dell’inquilino e dopo buoni 20 minuti di lavoro mi sono posizionata con la fotocamera ed ho iniziato a scattare.

Din Don … “questo dev’essere il suo collega”…

Eccolo infatti spuntare con la sua compatta verdolina in mano. Credo che ad una terza persona il nostro incontro possa essere quello tra due alieni provenienti da pianeti distanti anni luce: io in scarpe da tennis, già sudata per i vari movimenti del “set” treppiede e nikon stretti in mano; lui in giacca e cravatta, atteggiamento sicuro e un po’ di “sufficienza” con la compattina.

Gli ho ceduto subito il posto sapendo che avrebbe fatto in fretta.

Risultato del collega: non più d 10 foto scattate (solo interni), di cui 7 pubblicate, oggetti mossi zero, tempo impiegato 3 minuti scarsi.

Risultato mio: 38 foto scattate (compresi gli esterni), di cui 5 pubblicate, set rivisto in tutti gli ambienti, tempo impiegato 50 minuti rosicati, dato che il cliente aveva fretta per un impegno, 1 ora circa di post-produzione.

Detta così pare che il mio lavoro sia costato molto di più, ma … quale renderà di più? Quale è stato il risultato che meglio pubblicizza il prodotto?

Attendo la risposta dalla galassia vincitrice.

Ok ok … se proprio siete curiosi vi linko anche i due risultati … il mio e quello del collega.