In queste giornate di fine agosto la tv ahimè non offre grandi soluzioni per passare degnamente il tempo (già è difficile che lo faccia durante l’anno a dire la verità …) e ci propina per lo più repliche di vecchie trasmissioni e di film che forse erano in voga quando nonno era adolescente…
Nel mio zapping compulsivo sono ricapitata sul canale Real Time che trascuravo da un po’ di tempo e sono incappata in una replica di una vecchia serie di “Vendo casa … disperatamente!”, il programma condotto dalla mediatrice Paola Marella con l’aiuto di 2 architetti. Mi è tornata alla mente una riflessione che avevo già fatto in passato, prima che nascesse questo blog, e che voglio riproporvi ora.
Secondo alcuni blogger e professionisti del mondo immobiliare questa trasmissione rappresenta un esempio di home staging. La stessa Paola Marella in apertura di una vecchia puntata, commentando un articolo su una rivista proprio a proposito dell’home staging diceva : “è un po’ quello che facciamo noi”. A mio modesto parere, identificare e sovrapporre perfettamente il lavoro svolto nei casi illustrati da tale programma con quello dell’home stager non è del tutto appropriato. Esistono certamente dei punti di incontro ma anche delle importanti differenze. Possiamo affermare che l’obiettivo primario sia il medesimo, ovverosia valorizzare l’immobile per favorirne la vendita al miglior prezzo e nel minor lasso di tempo possibile, e che le linee guida dello staging rappresentate dalle “6 R” – Ridurre, Rinfrescare, Riarredare, Rivalutare, Riparare, Ripulire – siano per lo più rispettate. Vengono infatti tolti gran parte degli oggetti personali del proprietario, si reinterpetano gli spazi riorganizzando l’arredo esistente o apportandone di nuovo, si riparano piccoli guasti, si dà un’immagine nuova e più pulita agli interni, si tinteggiano diversamente le pareti, si risolvono piccoli problemi di spazio ecc. Tutto è fedele allora alla pratica dell’home staging? Bhe, non proprio. C’è un particolare di grandissima importanza che differisce e che da solo segna nettamente il confine tra il lavoro della brava Marella e degli Stagers professionisti: il potenziale acquirente. La mediatrice in questo caso conosce già il cliente interessato ed anzi, procede con la rivisitazione della casa sulla quale egli ha già espresso la sua preferenza. Lo stager invece agisce (o dovrebbe agire) prima che la soluzione sia posta sul mercato e pertanto non ha modo di conoscere il compratore. Egli prepara l’appartamento facendo delle ipotesi sul probabile target interessato e sulla base di questo lo depersonalizza ed attua scelte che nella maggior parte dei casi tendono alla neutralità (anche se talvolta questo principio può essere almeno in parte superato e magari in un altro post vedremo come). Deve necessariamente tendere ad un risultato che possa piacere alla maggior parte dei visitatori al fine di facilitare e velocizzare il processo di vendita e magari provocare una sana competizione tra più clienti interessati, di modo che anche dal punto di vista economico la vendita possa animarsi ed essere vantaggiosa.
Conoscere a priori il potenziale compratore vanifica naturalmente questo tipo di riflessione e di attuazione. Sebbene il mediatore ed il cliente non siano amici di vecchia data, essi si sono scambiati delle informazioni, soprattutto riguardanti le esigenze ed i desideri abitativi. Un bravo agente immobiliare, nel corso di 3 visite ad immobili, chiacchierando con il proprio “assistito” riesce anche a capirne i gusti e le preferenze estetiche. Questo immancabilmente va a riflettersi sul lavoro dell’architetto: la conoscenza della persona per la quale si rivede una soluzione abitativa, l’aver compreso le sue esigenze pratiche ma anche il gusto personale, fa ricadere il lavoro che si svolgerà in una casistica molto più vicina a quella del progetto di interior design che non a quella dell’home staging. Nel ripensare la casa egli creerà “angoli studio” piuttosto che “stanze per la musica” sulla base delle passioni o del lavoro svolto dall’acquirente. Potrà dare un tono più “classico” o più “moderno” all’atmosfera interna a seconda dell’età e dei gusti del cliente. Potrà liberamente utilizzare colori “rischiosi” per uno stager, come il rosso, il verde acido o il viola acceso, sulla base delle preferenze dell’interessato. Se è vero che da una parte anche l’architetto “depersonalizza”, togliendo di fatto l’identità del proprietario dalla sua abitazione, è altrettanto vero che ne dà una nuova, vicina a quella del possibile compratore.
Ho notato inoltre che nell’intervenire sulle case, spesso sono stati attuati anche interventi piuttosto importanti, come la costruzione di controsoffitti o librerie in cartongesso o addirittura la sostituzione di una intera cucina. Credo che uno stager non si muoverebbe in tal senso, soprattutto perché l’investimento a quel punto da parte del venditore sarebbe piuttosto sostanzioso … di norma si ammodernano le cucine sostituendo o ritinteggiando le antine, ricoprendo i top e così via. Lavori così impegnativi mi fanno pensare nuovamente ad un progetto d’interni più che allo staging.
Per concludere, mi sento di affermare che la trasmissione “Vendo casa … disperatamente!” si situi in un limbo a metà strada tra l’home staging ed il progetto d’interni, in quanto condivide con il primo la finalità ed i principi guida ma se ne distacca nettamente per il “pubblico” (inteso come cliente) cui gli interventi sono dedicati, riflettendosi poi nelle caratteristiche del progetto condotto.
Ha il merito indiscusso comunque di trasmettere ai proprietari e venditori a casa il messaggio per cui la prima impressione in una vendita è fondamentale. Statisticamente, la scelta – per lo più emotiva – dell’immobile da acquistare infatti si sviluppa nella mente del cliente nei primi 90 secondi di una visita!

[...] di Paola Marella si fa un tentativo di Home Staging (con le dovute mancanze, che spiegavo qui) e dunque si prepara la casa alla vendita, in questo caso la transazione non c’è. Il progetto [...]
Qualche consiglio:
il font che utilizzi (arial) non và bene, è poco leggibile,I blogger professionisti consigliano il font Verdana.
Gli articoli a volte sono troppo lunghi; dovresti sintetizzare maggiormente o almeno “staccare” un pò i vari paragrafi magari utilizzando il grassetto per i termini più importanti (ciò aiuta i motori di ricerca e facilità anche la lettura).
In bocca al lupo.
M.
Bhe ti ringrazio per i tuoi consigli e l’interessamento…effettivamente questo post è kilometrico … è che mi piace argomentare le affermazioni e purtroppo questo non aiuta la sintesi. comunque terrò a mente i tuoi appunti. Grazie.
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(ps: attenzione agli accenti